sabato 25 febbraio 2017

Silence - Martin Scorsese - 2017


L’ultimo film di Martin Scorsese ha al centro della storia il mistero della fede ed è il compimento di un percorso spirituale che il maestro italo americano ha iniziato fin con i suoi primi film, America 1929, sterminateli senza pietà (Boxcar Berhta, 1972) e Mean Streets (1973) proseguendolo e rafforzandolo con il trittico di cui L’ultima tentazione di Cristo (The Last Temptation of Christ, 1988) e Kundun (1997) ne costituiscono i primi due capitoli. Ho avuto la fortuna d’incontrare Martin Scorsese durante il Festival di Venezia del 1988 dove il regista aveva presentato tra polemiche roventi il suo film su Gesù. All’epoca, infatti, L'ultima tentazione di Cristo fu accompagnato da una campagna stampa violentissima ad opera dei cattolici, integralisti e non, che giudicarono blasfemo il contenuto dell’opera, tratta dall’omonimo libro di Nikos Katzanzakis. In realtà, come ebbi modo di verificare parlando con Scorsese, turbato e amareggiato dalle critiche, il film era un atto di fede tormentata. Scorsese è nato e vissuto a Little Italy in una famiglia cattolica – egli stesso è stato in seminario per oltre un anno poiché per un momento della sua vita ha desiderato consacrarsi alla vita sacerdotale – e tutte le sue opere pertanto sono intrise di peccato e redenzione, basti pensare ai personaggi di Travis Bickle e Jake La Motta in Taxi Driver e Toro Scatenato (Raging Bull), ma anche al Jordan Belfort di The Wolf of Wall Street, anti eroi sempre in bilico tra atti ignobili e desiderio di riscatto, quest’ultimo quasi sempre impossibile da raggiungere. Ne L’ultima tentazione di Cristo (The Last Temptation of Christ) ciò che dava scandalo era la rappresentazione di un Cristo più umano che divino, in lotta con le sue tentazioni terrene, tra le quali quella di avere una famiglia, così com’era rappresentata nel finale onirico.

Sono passati trent’anni ed è doveroso constatare come le polemiche di un tempo appaiano superate. Silence è uscito nelle sale accolto da un’indifferenza generale persino tra i cattolici, fatta eccezione per la bella intervista realizzata dal direttore di Civiltà Cattolica Antonio Spadaro. Il film, tratto dal romanzo dello scrittore giapponese, convertito al cattolicesimo, Shusaku Endo, era già stato trasposto sullo schermo nel 1971 da Masahiro Shinoda (Chinmoku, 1971).

Due giovani padri gesuiti, padre Rodrigues (Andrew Garfield) e padre Garupe (Adam Driver), si recano in Giappone alla ricerca della loro guida spirituale, padre Ferreira (Liam Neeson), accusato di apostasia. Egli, infatti, ha rinnegato la fede per sfuggire alle feroci persecuzioni dei nativi. In questa ricerca di Ferreira, per certi versi simile a quella che il capitano Willard compie alla ricerca del generale Kurtz in Apocalypse Now, i due sacerdoti, e in particolare padre Rodrigues, si scontreranno con un paese refrattario ad accogliere il cristianesimo, vissuto dai più come una violenza culturale in un paese dalle tradizioni millenarie. Costretto ben presto anch’egli a scegliere tra la sua fede e la vita di alcuni contadini giapponesi, convertiti e condannati a morte per questo, Rodrigues, dopo un personale calvario che occupa i due terzi del film, per salvare il suo piccolo gregge decide di compiere anch’egli apostasia, confortato da padre Ferreira. Ma i due sacerdoti, pur avendo calpestato in pubblico l’immagine di Gesù lo hanno realmente abbandonato? 

Questa domanda è il cuore del film che rivela la sua anima soltanto nell’ultima inquadratura. L’intelligenza di Scorsese sta nel filmare le vicende di Silence in maniera antitetica alle sue opere precedenti. Il regista abbandona il ritmo survoltato e il montaggio frenetico per adottare uno stile asciutto, composto da inquadrature essenziali che lo fanno apparentare a un’opera di Ozu o ad un lungometraggio muto, laddove il silenzio di Dio, metaforico e reale, diventa la cifra essenziale del film. Di fronte all’indifferenza di una società sempre più secolarizzata un’opera simile giunge come un UFO nelle sale cinematografiche popolate da supereroi e cartoni animati.

Silence - Scheda Imdb

Il Trailer del film




Intervista a Martin Scorsese



domenica 5 febbraio 2017

La La Land - Damien Chazelle - 2016

Il poster del film
La La Land esce nei cinema in una congiuntura astrale fortunata. In un'era di cinema sintetico, fatto di sequel super eroistici, remakes e cartoons, il film del giovane Damien Chazelle ha spiazzato tutti con un omaggio al cinema del passato e in particolare al musical, emblema per antonomasia del cinema hollywoodiano. La storia dei due giovani artisti in cerca di gloria - rispettivamente Sebastian (Ryan Gosling), pianista jazz che aspira ad aprire un locale in cui si suoni la sua amata musica, considerata dai più sorpassata, e Mia (Emma Stone), aspirante attrice -  che alla fine otterranno il successo a discapito dell'amore, è presa in prestito dall'ormai classico New York, New York (1977) di Martin Scorsese. Ben altro esito quest'ultimo ebbe all'epoca della sua uscita, massacrato dalla critica che lo giudicò un esercizio di stile retrò e snobbato dal pubblico. Altri tempi, quelli di un cinema che in quegli anni proponeva i movie brats (Spielberg, Lucas, Coppola, De Palma e lo stesso Scorsese) come i cantori di un nuovo storytelling autorale, rispettoso dei maestri del passato ma al contempo innovativo e originale.
Ma cos'è La La Land se non un geniale esercizio stilistico sui musical di Gene Kelly e Vincent Minnelli, citati a piene mani dall'autore? Il balletto notturno nei giardini di Los Angeles è preso pari pari da Spettacolo di Varietà (The Band Wagon) di Vincent Minnelli, laddove Fred Astaire e Cyd Charisse danzavano in un magico Central Park ricreato in studio, mentre il finale onirico del film è ispirato a quello di Un americano a Parigi (An American in Paris), sempre di Minnelli. La differenza sostanziale sta nel fatto evidente che i pur ispirati Ryan Gosling e Emma Stone non sono paragonabili - quanto meno in fatto di performance coreografiche - ai mostri sacri sovra citati. Eppure la forza di questo magico lungometraggio sta nella naivete e nella leggerezza nostalgica con la quale Chazelle assembla le citazioni, inserendole nel contesto urbano di L.A., la città di Hollywood, la metropoli dei sogni, filmata con un affetto pari a quello con il quale Woody Allen filma la sua New York. I protagonisti di La La Land riflettono i sogni fuori dal tempo che hanno spinto lo stesso Chazelle a combattere contro ogni parere negativo che i tycoon degli studios avevano dato al suo script, in apparenza lontano dalle mode del momento e dai gusti del pubblico. Eppure proprio il perseguire con passione i propri sogni ha visto Chazelle trionfare come i suoi protagonisti. Il pubblico ha compreso l'autentica sincerità che permea ogni inquadratura del film e ne ha decretato il successo contro ogni logica commerciale.
Emma Stone e Ryan Gosling
Chazelle è uno di quei registi che ha studiato cinema e musica. Risulta dunque inevitabile che i suoi film - ricordiamo il notevole Whiplash - si nutrano di questo amore totalizzante per la settima arte. E in questo non si discosta molto dai ragazzi della Nouvelle Vague e in particolar modo da François Truffaut, altro melanconico autore di un cinema troppo presto dimenticato dal pubblico dei videogames. La La Land è quindi l'opera giusta nel momento giusto. C'è da scommettere che toccherà il cuore degli anziani giurati dell'Academy Awards e farà incetta di Oscar, meritatissimi. La speranza è che dopo questo film gli spettatori riscoprano le pellicole ispiratrici, così come i due giovani protagonisti riscoprono in una delle sequenze più toccanti, Gioventù bruciata (Rebel Without A Cause) di Nicholas Ray. Senza queste opere La La Land non esisterebbe.

La La Land - Scheda Imdb



Spettacolo di varietà


Un americano a Parigi



sabato 28 gennaio 2017

L'ombra del dubbio (Shadow of a Doubt) - Alfred Hitchcock - 1943

Il poster dell'epoca
Il grande vantaggio dell'era digitale è senza dubbio la possibilità di accedere a opere un tempo introvabili. Prima dell'avvento dei Dvd bisognava spulciare la pagina degli spettacoli alla ricerca della programmazione dei cineclub, sperando che questi proiettassero prima o poi qualche chicca di cui avevamo letto meraviglie su qualche rivista critica (i leggendari Cahiers du cinéma su tutti). La proiezione poi era un'altra esperienza metafisica. In squallide salette da trenta posti o giù di lì, spesso collocate sotto terra, venivano proiettati i film più agognati in copie maciullate dai tagli, piene di righe e di sequenze spesso amputate per via dell'usura della pellicola. L'odore di muffa e il fumo delle sigarette rendeva l'esperienza davvero surreale e contribuiva ad alimentare la leggenda di pellicole introvabili come La finestra sul cortile (Rear Window), La donna che visse due volte (Vertigo) e L'ombra del dubbio (Shadow of a Doubt). Non è un caso che abbia citato questi tre titoli perché sul finire degli anni '70 e i primi '80 l'opera di Alfred Hitchcock aveva ormai ottenuto l'importanza che si meritava proiettando il regista nell'empireo dei grandi cineasti. Il fatto poi che alcune opere fossero pressoché introvabili contribuiva ad alimentare la leggenda del regista inglese.
Ora i tempi sono molto cambiati e la facilità di accesso ai contenuti ci permette di recuperare capolavori un tempo smarriti ora restaurati in alta definizione. È il caso proprio de L'ombra del dubbio, diretto dal maestro inglese nel 1943 e considerato da egli stesso uno dei suoi migliori lavori.

Joseph Cotten e Teresa Wright in una foto dell'epoca
Reduce da Rebecca e I sabotatori Hitch decide di dirigere questo piccolo film intimista affidandosi alla penna di Thornton Wilder, autore della commedia Piccola città. Ed è proprio una cittadina di provincia, Santa Rosa, California, il teatro di questa commedia nera incentrata sul rapporto morboso tra un serial killer di vedove (il sulfureo Joseph Cotten) e la sua nipotina (l'ottima Teresa Wright), dapprincipio ignara delle malefatte dell'adorato zio. Giunto nel paesino per fuggire dalla polizia che ha alle calcagna, Charles si rifugia a casa della sorella dove affascina tutta la famiglia con il suo irresistibile charme. Il problema è che la nipote (anch'essa si chiama Charlie, a sottolineare l'osmosi tra i due personaggi) inizia a sospettare di lui, diventando una sua potenziale vittima. Inizia così tra i due una sottile partita a scacchi psicologica destinata a imprevedibili risvolti drammatici. Lo stile con cui Hitchcock dirige è di un'efficacia è una modernità micidiale. Inquadrature geometriche illuminate in un esemplare bianco e nero firmato da Joseph A. Valentine rendono la pellicola ancor'oggi un gioiello del cinema hitchcockiano. Da riscoprire.

L'ombra del dubbio - Scheda Imdb